Cambridge Analytica: o meglio come rompere Facebook e privacy

Il caso Cambridge Analytica ha letteralmente alzato un polverone che sta facendo tremare Facebook ma non solo. Se dapprima infatti l’evento sembrava potesse essere confinato agli Stati Uniti, con le varie novità che stanno circolando negli ultimi giorni, il tutto sta assumendo invece dimensioni globali. Tutti dovrebbero iniziarsi a porre qualche domanda su quelli che sono i dati che la rete raccoglie ed è per questo che analizziamo quella che è la vicenda passo dopo passo, senza tralasciare nessun aspetto del caso.




Partiamo dal principio
Cos’è Cambridge Analytica?
Una società di consulenza specializzata che riesce a catturare dalla rete un’enorme mole di dati ed informazioni. Nata nel 2013 grazie a Robert Mercer, miliardario con idee molto conservatrici, lo scopo di Cambridge Analytica è quello di raccogliere il più dati possibile per ottenere un profilo sempre più preciso di ogni utente. Il che si traduce in?
Contenuti sul web personalizzati, come ad esempio le pubblicità che già sono a conoscenza degli oggetti desiderati. Ma non solo…


Dai Pentagon Papers a Cambridge Analytica è un attimo
Il coinvolgimento 
Facebook, galeotta fu un’app
Avete presente il film The Post candidato agli ultimi Oscar? Ecco, anche in questo caso siamo di fronte ad una rivelazione epocale. Questa volta non è il Washington Post a far aprire gli occhi, bensì un’inchiesta congiunta di New York Times, Guardian ed Observer.
Cosa ha scaturito questo vero e proprio scossone? Il tutto ha inizio nel 2014 quando Aleksandr Kogan, un ricercatore universitario di Cambridge lancia l’applicazione “Thisisyourdigitallife”. Scaricandola, prometteva agli utenti di realizzare un profilo psicologico, semplicemente utilizzando quelli che erano i dati ed il comportamento sulla rete. Per registrarsi bastava effettuare il Login Facebook, senza dunque richiesta di email e nuova password.
Tutto lecito, direte voi, nulla di differente rispetto alle altre applicazioni. Vero, infatti l’inghippo si presenta quando successivamente Kogan ha condiviso questi dati proprio con Cambridge Analytica. Facebook infatti vieta di cedere questo tipo di informazioni a terze parti, pena sospensione dell’account dal social.
Di cosa viene accusato Facebook? Il ban sarebbe arrivato tardivamente. Secondo la fonte del Guardian, Christopher Wilye, fu proprio Cambridge Analytica ad autodenunciarsi a Facebook che dunque sarebbe stata a conoscenza dei fatti da almeno due anni. La sanzione dunque avviene con enorme ritardo, essendo stata emessa solo lo scorso marzo, a seguito dell'imminente pubblicazione di lì a poco dell'inchiesta dei vari quotidiani...

Donald Trump e Michael Flynn ai tempi della campagna elettorale nel 2016
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Donald Trump ed il Russiagate
Nell'estate del 2016 l'attuale presidente degli Stati Uniti incaricò proprio Cambridge Analytica di gestire la raccolta dati per la campagna elettorale. L’organizzazione è risultata capillare e interveniva soprattutto nei momenti topici, come ad esempio nei momenti di dibattito di Trump e Hilary Clinton. Diversi bot generati appositamente per diffondere numerose fake news al fine di screditare il proprio avversario politico. La Russia invece entra in gioco a causa di Michael Flynn, ex consigliere della sicurezza nazionale di Trump, che avrebbe allacciato rapporti con i sovietici per interferire con i risultati delle elezioni.
Se tutto questo potrebbe risultarvi ancora troppo lontano da noi, ci sono due notizie a cui forse dovreste dare un'occhiata, perché pare che anche durante la campagna della Brexit sia stata attuata la medesima operazione. E' lo stesso Wilye, infatti, che  intervistato da La Repubblica ammette come Cambridge Analytica ha lavorato anche per un partito italiano… paura eh?


Gli effetti di Cambridge Analytica
Zuckerberg convocato al Congresso
Dopo aver rifiutato più volte l’invito a presentarsi al Parlamento britannico, il ceo di Facebook ha accettato invece di testimoniare davanti al Congresso americano.  Un dibattito per cercare di comprendere quale sia la strada giusta da intraprendere affinché i dati dei vari internauti non siano compromessi. Ed il confronto in quel di Washington per Zuckerberg non poteva rivelarsi arma migliore per il titolo del social network che ha guadagnato il 4,5% in borsa, il miglior risultato degli ultimi due anni. Sintomo che la fiducia nei confronti del proprietario di Facebook, nonostante la falla che ha coinvolto circa 87 milioni di utenti, sia ormai incondizionata.


KO? Macchè! Questo è il primo round…
La vicenda però non termina affatto qui, anzi la sensazione è che tutto questo sia solo la punta di un iceberg.
Nonostante le rassicurazioni e le prime modifiche effettuate da Facebook, infatti, si ha la netta sensazione che c’è bisogno di una regolamentazione e di leggi ad hoc per evitare nuovi casi del genere.
Perché “siamo responsabili per i contenuti, ma non ne produciamo” oppure “penso che sia praticamente impossibile avviare un’azienda nella stanza del tuo dormitorio e poi portarla a crescere fino al punto in cui siamo ora senza commettere qualche errore” appaiono scuse che non valgono affatto la candela se di mezzo ci sono privacy ed influenza del voto.
Uno scenario che manco in Mr Robot o Big Brother, dal quale c’è l’esigenza di chiarirne gli aspetti il prima possibile.

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